giovedì 14 febbraio 2008

Stavamo parlando di comunicazione

Quest'oggi vi riporto un testo che fa parte di un testo più lungo a cui ho lavorato per lungo tempo.
Mi piacerebbe avere qualche feed back, capirne l'interesse e magari ampliare il raggio e aggiungere nuovi contributi.
Conto su di voi insomma...anche perché il brano tratta di consumatori/autori del web...



You Tube, Wikipedia, la metropoli virtuale creata da MySpace: se guardiamo gli avvenimenti del 2006 da una prospettiva diversa rispetto a quella politica ed economica, non vediamo più guerre e crisi di governo, ma una storia di cartelle condivise, di sfide alla fantasia ed alla partecipazione interattiva, di community su scala globale mai vista prima. Notiamo una inedita esplosione di estro e di iperproduttività da parte di persone mai avvicinate prima d’ora al mondo della comunicazione e del progetto, anche se un monitoraggio più attento lasciava presagire già da qualche anno lo sviluppo indomabile di una nuova classe creativa, parallelamente al diffondersi delle tecnologie dell’informazione.
Rapidamente l’accessibilità alle risorse informatiche, permettendo la possibilità di creare, esprimersi ed esibire liberamente la propria presenza, ha talvolta rimesso in discussione soluzioni visive e problematiche progettuali professionalmente condivise, rendendo labili e meno istituzionali i confini di competenza dei grafici, degli esperti di contenuti, dei progettisti formati per operare nella comunicazione.
La popolarità stessa della parola design e l’ambiguità che essa assume trasformandosi nella professione del designer, lascia intendere un deviato legame con il fashion, lo style, il vogue, piuttosto che con la corretta sfera culturale del progetto. Si evidenzia una fragilità riflessiva: la moda viene scambiata per novità, la grafica viene vista come ossessione del nuovo, interessata più alla forma che al contenuto.

La situazione attuale si configura come un design a doppia velocità: da una parte c’è chi fa da se ignorando la progettualità, perché gli strumenti tecnologici lo consentono; dall’altra c’è l’interesse e l’approccio cosciente di chi, formato professionalmente, difende il proprio sapere. Sebbene questa seconda categoria preservi le nozioni intellettuali da forvianti contaminazioni, un approccio di chiusura nei confronti della massificazione professionale sembra andare contro lo stesso principio fondante del design, cioè l’aspetto democratico della disciplina. Come la storia insegna, il vero designer è infatti il soggetto capace di individuare e condividere matrici di pensiero; il vero design identifica il processo che definisce il prodotto come design di tutti, piuttosto che il risultato progettuale come design per tutti.
In tal senso, quello che si verifica è un riscatto sociale: la necessità di fare autonomamente, altro non è che il bisogno di soddisfare delle esigenze individuali, assecondare delle necessità specifiche, troppo spesso mitigate o male interpretate dal design preconfezionato. La personalizzazione non si risolve con una vasta offerta di opzioni a posteriori, il miglior tipo di design non riguarda più l’artefatto, ma è un processo dinamico ed adattabile che seguiamo per noi stessi.

Questo significa che siamo tutti designer?
In qualche modo si.
Il ruolo istituzionale assunto dal Peter Behrens certamente si è trasformato, il graphic design riconosciuto globalmente come professione autonoma alla fine degli anni ’50, ha assunto attualmente delle competenze gestionali completamente diverse, ma il design ufficialmente democratico trova solo oggi la sua realizzazione, condividendo l’atto creativo.
In che modo il designer della comunicazione interviene in questa contagiosa epidemia?
In qualità di intermediario culturale, il suo scopo è quello di promuovere un miglioramento di senso, attraverso la diffusione di una cultura visiva e l’individuazione di norme elastiche fondanti la comunicazione così come tutta la sfera della progettualità. Diventa imperativo divulgare, condividere e migliorare il livello percettivo, individuare collettivamente un dispositivo capace di gestire nell’individualità il processo di creazione. Il design è infatti un metodo, è pensare con le mani, è fare ricerca e progetto in modo intrecciato, è unire la pratica della produzione e i vincoli della tecnica con la creatività e l’intuizione personale.

1 commenti:

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